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mercoledì 18 aprile 2012

La storia ci insegna... La crisi economica inglese del 1921

La Gran Bretagna negli anni '20 del secolo scorso visse una dura crisi economica. Le merci inglesi non erano più competitive sui mercati esteri. Costavano troppo rispetto alle produzioni di altri paesi.
Il capitalismo inglese aveva fatto affari d'oro con le esportazioni e il commercio estero durante l'età vittoriana, ma la situazione dopo la guerra si era modificata radicalmente (basta pensare alla potenza economica statunitense).

I politici ed i capitalisti inglesi videro - o vollero vedere - come causa primaria della crisi, gli alti salari operai che diminuivano la competitività delle merci inglesi.

In realtà c'era stata una sorta di ricompensa per i sacrifici sofferti dalla classe operaia durante la guerra: l'indennità di disoccupazione era stata estesa alla stragrande massa della forza lavoro al di sotto delle 5 sterline di guadagno settimanale e questa fu subito posta sotto accusa poiché gli industriali vi vedevano un freno alla discesa dei salari.

Ma la crisi risiedeva fondamentalmente nella compressione del commercio inglese sui mercati esteri e contemporaneamente nella mancanza quasi assoluta di un mercato interno. Che invece sarebbe stato possibile creare o sviluppare solo se i salari si fossero mantenuti alti. (Vi ricorda niente questo?).

Il capitalista britannico pensava invece che solo i salari bassi avrebbero reso nuovamente competitive le merci inglesi e cercava di spingerli giù con tutti i mezzi.
Il "poverino" non aveva capito che per quanto abbassasse i salari, le merci inglesi non sarebbero più state troppo competitive all'estero e che bisognava creare un mercato interno.

Non lo avevano capito neanche Keynes e quel gruppo di politici ed economisti che riflettevano per davvero sulle cause della crisi anche se dalla metà degli anni '20 questa sparuta schiera di persone con un po' di sale in zucca intuirono che i rimedi suggeriti per la crisi non facevano altro che aggravarla.

E quali erano questi rimedi? Udite, udite:

Abbassamento dei salari, licenziamenti e quindi disoccupazione, prolungamento della giornata lavorativa (potremmo trovarvi un paragone con il prolungamento dell'età pensionabile?), stabilità monetaria, pareggio di bilancio (sic!), aggancio della sterlina all'oro, tagli alla spesa pubblica (leggi stato sociale), interessi a tassi alti.

Attenzione, la posizione finanziaria e monetaria britannica era, in campo internazionale, ancora invidiabile ma il ristagno della produzione favoriva i fallimenti delle aziende, i licenziamenti e la disoccupazione usata anche per comprimere i salari del proletariato ed allungare la sua giornata lavorativa.

Questi rimedi quindi deprimevano ancora di più il mercato interno, l'unico che, con il suo sviluppo, avrebbe potuto contrastare le debacle del mercato esterno. I settori produttivi più colpiti risentivano sempre più della crisi e la disoccupazione crebbe a livelli altissimi. I capitalisti cercarono, tramite la disoccupazione, di imporre lavoro a più basso salario e prolungamenti della giornata di lavoro, oltre a mettere in discussione la base salariale nazionale e la contrattazione collettiva (come ci ricorda l'Italia del 2012, sta cosa).

A questo punto le Trade Unions inglesi ressero e pur con alcuni cedimenti in particolari contesti e nei settori più tragicamente colpiti, riuscirono ad erigere una barriera che resistette all'attacco padronale e impedì che il tenore di vita del proletariato inglese scendesse sotto un livello di emergenza ed allarme.

Questo, insieme ad una imprenditorialità che si orientava verso il mercato interno e che avendo interesse alla continuità del processo produttivo non si curava di salari anormalmente bassi, dagli inizi degli anni '30, fece avviare un nuovo corso economico che seppur faticosamente fece risalire la china all'economia inglese.

L'altro fattore decisivo, anzi forse il più decisivo, fu che la difesa della grandezza dei salari ad opera degli operai e dello loro organizzazioni sindacali furono il sostegno principale del mercato interno in via di sviluppo. Se i salari fossero scesi i tentativi di sviluppare il mercato interno sarebbero stati destinati al fallimento e la crisi si sarebbe avvitata su se stessa con chissà quali conseguenze.

Ecco, la grande contraddizione degli anni '20 inglesi, è proprio questa: che i settori che avrebbero trainato l'economia degli anni '30 erano ignorati dalla politica e dall'economia ufficiale. E, inoltre, la tenuta dei salari che tutti indicavano come responsabile della crisi e volevano infrangere, fu la leva per battere la crisi. Questo dovrebbe far riflettere gli italiani del 2012.

Un discorso va fatto anche sul sindacalismo inglese di quegli anni - e potremmo in qualche modo riadattarlo anche al nostro di questo infausto 2012.
C'era nei dirigenti sindacali inglesi di allora una doppia aderenza: una, alle rivendicazioni operaie; l'altra, sul piano della politica economica, era quella di essere assolutamente in sintonia con le idee dei responsabili del Tesoro e dei banchieri della City riguardo ai sacrifici e alla salvezza della sterlina. Di qui la disponibilità a cedimenti e compromessi lenita fortemente dalla spinta vigile di una base proletaria combattiva e compatta. Ecco perché, per dirla con Popper, bisogna sempre vigilare su ciò che si è conquistato. Popper dice la libertà è vigilanza.

Inoltre questa mancanza di aderenza sostanziale con la base impediva ai dirigenti sindacali di capire meglio le ragioni vere della crisi. Capirle forse gli avrebbe permesso di operare con più tempestività ed efficacia per superarla in modo più veloce e meno drammatico.

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